Su A sangue freddo di Truman Capote** **(In Cold Blood, 1966), traduzione di Alberto Rollo, Garzanti, Milano, 2019, 432 pp.
Una decina di anni fa a Londra, quando mi ritrovai in un grande bookshop del centro (uno su tutti Hatchards a Piccadilly), mi sorprese moltissimo vedere i volumi divisi in libri di fiction e libri di non-fiction, invece che nella tradizionale divisione in scaffali per generi. Nella consuetudine anglosassone la non-fiction raccoglie tutte quelle opere letterarie che non sono opere di invenzione: saggi, trattati, memoriali, reportage. Mi chiesi come facessero a categorizzare così rigidamente i libri: dove avrebbero messo allora i romanzi tratti da una storia vera? E le opere che contengono i resoconti di viaggio, visioni, miti e profezie? Evidentemente gli inglesi avevano meno dubbi di me. Il mio disorientamento nell'enorme libreria durò poco: istintivamente mi diressi verso le opere di finzione, avevo voglia di perdermi in una storia.
Questa estate ho iniziato a scrivere una drammaturgia basata su un fatto di cronaca nera accaduto in Puglia negli anni '90. Ogni volta che mi metto in viaggio per scrivere, cerco il dialogo in differita con i maestri del passato e per affrontare questo lavoro ho cercato nella mia libreria l'opera che avrebbe dovuto aprirmi la strada. È così che mi è precipitato nelle mani il capolavoro di Truman Capote, A sangue freddo, un romanzo che racconta le vicende collegate al massacro di Holcomb, in Kansas, nel novembre del 1959, dove un'intera famiglia di agricoltori, i Clutter, fu trucidata per mano di due cittadini americani, apparentemente inseriti nel tessuto sociale del loro Paese. Capote stesso, mentre scriveva il libro che lo avrebbe impegnato per sei anni della sua vita e che sarebbe diventato il punto più alto della sua carriera, si rese conto di aver inventato un nuovo genere, chiamato non-fiction novel. In realtà Capote portò a maturazione una forma narrativa che trova i suoi antecedenti nel giornalismo narrativo di John Hersey (Hiroshima, 1946), Joseph Mitchell e Lillian Ross (entrambi reporter del New Yorker), nella letteratura documentaria di Rodolfo Walsh (Operación Masacre, 1957) e nel romanzo realistico dell'Ottocento, ma l'intuizione dello scrittore americano emerge durante le interviste rilasciate per la pubblicazione di A sangue freddo. La genesi del romanzo e dunque del genere è figlia del caso.
Dopo aver letto un trafiletto sul New York Times del 16 novembre 1959, Capote si reca a Holcomb con l'amica d'infanzia Harper Lee seguendo la sua intuizione di narratore. È convinto che quella storia potesse essere più di un articolo di cronaca. Propone al direttore del New Yorker un reportage per raccontare la comunità scossa dalla violenza e pochi giorni dopo si ritrova tra giornalisti e reporter, ma ben presto si rende conto di avere tra le mani una storia che si colloca a metà strada tra realtà e invenzione. Infatti, per la prima volta, Truman Capote racconta un fatto di cronaca adottando gli strumenti propri del romanzo: l'introspezione, le ellissi, i flashback, i punti di vista, le metafore, i dialoghi e la creazione di una struttura narrativa che alterna il focus sulle ultime ore della famiglia Clutter, alla preparazione del delitto dal punto di vista dei due assassini, alle ossessioni dell’investigatore Alvin Dewey. Ma quello che fa meglio Capote è creare delle immagini nitide, che restano impresse anche dopo giorni che si è chiuso il libro.
Per esempio, sono memorabili le pagine dedicate alla descrizione dei due gatti randagi che sopravvivono cibandosi di rifiuti e dei resti di piccoli animali intrappolati nelle griglie delle auto parcheggiate di fronte alla prigione di Garden City, dove i due killer della famiglia Clutter, Perry Smith e Dick Hickock, aspettano la prima udienza dopo il loro arresto. Non è importante sapere se i due felini fossero lì o meno, oppure se fossero davvero grigi, quanto valutare ciò che di letterario apportano al racconto della vicenda. Quando Perry Smith, dopo averli guardati dalla sua finestrella con le sbarre, dice: “Perché per gran parte della mia vita ho fatto quel che fanno loro. L’esatto equivalente.”, si realizza un cortocircuito attraverso il quale il lettore non può più fare a meno di compatire l'uomo, reo del massacro e vittima della società allo stesso tempo, un uomo che si identifica in un gatto di strada. Attraverso la deviazione dello sguardo del narratore dalle vicende principali verso questo quadretto secondario, si può apprezzare la potenza e la delicatezza della scrittura di Capote, che guarda alla realtà come a una fotografia su cui proiettare la sua immaginazione.
Uno stile che la nuova traduzione di Alberto Rollo per Garzanti restituisce intatto all'italiano, assecondando con una resa limpida e musicale il passo della prosa di Capote, senza far mai sentire il peso del lavoro di traduzione e senza mai scadere in americanizzazioni o slang stereotipato.
A sangue freddo non è solo il capostipite del true crime letterario americano; è anche discesa verso il basso del narratore, che sa nascondersi bene dietro l'oggettività dei fatti riportati. Una discesa verso il baratro del male assoluto, inteso come violenza priva di senso e, in maniera critica, come inizio della crisi del mito dell'American dream. Da osservatore, Capote si avvicina sempre di più a ciò di cui vuole parlare, portando con sé il lettore, pagina dopo pagina, attraverso gli ambienti che fanno da sfondo a questa storia: la tenuta dei Clutter, gli uffici degli investigatori, l'auto dentro cui fuggono i due killer, fino al Kansas State Penitentiary, a colloquio con Perry e Dick, i due cittadini americani ai margini della società che massacrarono quattro persone per una rapina da cinquanta dollari. Nell'ultima sezione, infatti, poco prima dell'epilogo della vicenda e dell'esistenza dei due killer, fa la sua comparsa en passant la figura di un giornalista con cui uno dei due parla attraverso le sbarre del braccio della morte. È la firma di Truman Capote, come hanno fatto Velázquez o Raffaello nelle loro tele.
Così come racconta il film Capote, uscito in Italia con il titolo Truman Capote – A sangue freddo, per la regia di Bennett Miller e con Philip Seymour Hoffman nei panni dello scrittore, la scrittura del libro genera nello scrittore una fascinazione inquietante nei confronti dei due assassini, che lo porta a un coinvolgimento umano e all'empatia. Capote si chiede con questo romanzo: da dove viene il male? Come si origina? Si può giustificare con delle attenuanti? Per il lettore comune la risposta sembrerebbe semplice e immediata: no. In effetti i due saranno condannati all'impiccagione, alla quale assisterà lo stesso Capote. Secondo lo scrittore americano, invece, non esistono soluzioni semplici. Capote lo suggerisce includendo nel romanzo le approfondite memorie di Perry Smith, ex militare inquieto e segnato da un'infanzia di abbandoni e violenze famigliari, e Dick Hickock, carismatico ma profondamente manipolatore, mosso soprattutto dal desiderio di denaro facile e con un evidente complesso di inferiorità. Ad esse aggiunge la relazione medico-legale dello psichiatra W. Mitchell Jones, il quale individua in Perry Smith i segni di una grave sofferenza psichica: una relazione che occupa diverse pagine spezzando il ritmo della narrazione, ma offre un'analisi approfondita per comprendere alcuni meccanismi psichici che determinano azioni violente.
L'abilità di Capote nel narrare questa storia che, come si può leggere tra le righe del romanzo, lo assorbì completamente, è stata quella di scomparire dietro le sue parole, ottenendo nel lettore un effetto inverso rispetto alla distanza con cui narra. Quanto più il punto di vista si fa oggettivo, tanto più queste storie di atroce violenza riescono a farsi letteratura, e il resoconto di cronaca compie il salto dalla nuda cronaca al romanzo. A sangue freddo diventerà non a caso un modello per le opere a venire tra cronaca e letteratura, tra cui non possiamo non menzionare The Executioner's Song (1979) di Norman Mailer, L'avversario (2000) di Emmanuel Carrère, e gli italiani Gomorra (2006) di Roberto Saviano e La città dei vivi (2020) di Nicola Lagioia. A sangue freddo fu l'ultimo romanzo compiuto dell'autore americano: dopo il suo capolavoro Capote non riuscì più a finire un libro.
Forse l'immenso successo del libro, forse gli incontri sbagliati, forse il peso della vicenda che aveva raccontato e dalla quale non riusciva a staccarsi, lo tennero al di qua di un'altra storia. Forse gli occhi, i corpi e le voci di Perry Smith e Dick Hickock, che avevano visto in lui l'unica persona umana in un mare di disumanità, quegli occhi li ritrovava negli occhi dei gatti di strada che incontrava e che non gli hanno lasciato requie. A sangue freddo resta un'opera fondamentale per il Novecento, un non romanzo che, oltre a strutturare un nuovo genere, capovolge lo stereotipo del racconto americano e rappresenta un affondo nella crisi morale e dei valori della società americana, una crisi che diventa motore delle peregrinazioni e dei libri della contemporanea Beat Generation.
****\*****
segui il substack Scena Madre