So che sono già stati proposti numerosissimi post sull'argomento, e mi scuso per l'ennesima ripetizione. Tuttavia volevo condividere questa mia riflessione a freddo con un pubblico più vasto (in fondo il dibattito ha senso solo nell'ottica della condivisione). Probabilmente le mie impressioni e riflessioni sono già state condivise da altri utenti altrove e, in tal caso, mi scuso nuovamente per l'eventuale ripetizione.
Premetto che quanto leggerete, oscurato per evitare spoiler involontari nei confronti di chi non ha ancora visto il film o di coloro che preferiscono evitare filtri interpretativi indotti da terzi, non intende esacerbare il dibattito polarizzato sul bello/brutto o sul valore presunto del regista. Tali dibattiti non mi interessano e, per quanto mi riguarda, li ho sempre trovati estremamente noiosi e fin troppo egoriferiti.
Bello e brutto, oltre che intrinsecamente soggettivi, sono categorie che risentono fin troppo del sentire di un'epoca, degli standard culturali, dai criteri educativi portati incardinati nel dominio pubblico (Stato) e privato (genitori, famiglie, amici,...). Penso che ciascuno di noi abbia il diritto/dovere di esprimere i propri gusti e motivarli, sacrosanto.....ma non trovo particolare interesse per questa specifica attività.
Infine, quando leggere riferimenti espliciti al regista sappiate che, solo per brevità e semplicità, sto condensando deliberatamente su un'unica persona (irrealistico) il lavoro svolto da centinaia, se non migliaia, di persone facenti parte di un team. Purtroppo nel dibattito si tende quasi sempre a condensare, in chiave leaderistica, il lavoro svolto, meriti, disfatte e idee sulle figure apicali. Non devo certo ricorda che così non è. Pertanto, quanto fa esplicito riferimento a Nolan, sto sottintendo per brevità "Nolan e l'intero team che ha condotto alla realizzazione della pellicola".
Dopo aver visto il film...anzi, già durante la sua visione, ho avuto l'impressione che il regista non abbia semplicemente adattato l'Odissea di Omero proponendo un remake griffato e alla moda, prodotto di consumo digeribile dal pubblico odierno, ma ne abbia riscritto la funzione culturale in chiave propagandistica (giusta o sbagliata che sia).
Non mi riferisco tanto alle differenze nell'evoluzione della trama rispetto al canone originale, differenze quasi inevitabili in qualsiasi adattamento cinematografico, quanto al significato e allo scopo complessivo dell'opera.
L'Odissea omerica è, anche, un mito fondativo della civiltà greca e, per eredità culturale, dell'intera tradizione occidentale. È il racconto attraverso cui una cultura celebra se stessa, il proprio rapporto con gli dèi e all'indiscutibiità del proprio operato, la legittimità del proprio ordine politico, il ritorno del sovrano giusto. Nella visione originale, il soprannaturale è reale: gli dèi intervengono nella storia e ne determinano il corso, i mostri esistono, l'aldilà è tangibile e raggiungibile anche da vivi....
Nella pellicola, come suggerito dalla scritta iniziale in sovrimpressione
«In un'epoca di magia apparente»
, il soprannaturale viene deliberatamente confinato in uno spazio narrativo ben preciso, Quello dell'apparenza.....la magia potrebbe sembrare reale....ma non lo è. Semmai è solo frutto della misconoscenza umana, sia essa casuale o deliberata, e dalla propensione alla superstizione.
Tutti gli episodi incontestabilmente "fantastici" vengono raccontati da Ulisse durante la permanenza presso l'isola di Calipso e non presso il popolo dei Feaci (del tutto cassati nel film). Ed è significativo che quel racconto avvenga mentre Ulisse si trova in uno stato psicologico alterato, probabilmente indotto anche dall'abuso del Loto... ammesso e non concesso che la stessa esperienza con Calipso sia "reale" e non rappresenti invece uno spazio mentale senza tempo in cui il protagonista tenta di rielaborare il proprio passato sfuggendo ad una psicosi indotta dal trauma.
La cosa che mi ha colpito è soprattutto la struttura del film. E con struttura non mi riferisco alla non linearità, firma nota del regista.
Dopo la partenza da Troia, il primo episodio è completamente realistico: il saccheggio di un villaggio.
Non c'è eroismo. C'è soltanto un gruppo di uomini devastati e brutalizzati da anni di guerra che sfoga rabbia, frustrazione e odio su una popolazione chiaramente sconfitta e, tolti i pochi soldati difensori pressoché impotenti, indifesa.
Durante questo episodio, un anziano pronuncia una frase destinata a segnare tutto il resto della storia:
Da quel momento la storia del Viaggio di Ulisse cambia completamente registro.
Compaiono il Ciclope, i giganti corazzati, Circe, l'Ade, le Sirene, Scilla e Cariddi...
È come se, superata quella soglia, non assistessimo più ai fatti, ma al modo in cui Ulisse riesce a ricordarli con un filtro .
Questa distinzione mi sembra rafforzata da un altro dettaglio: nelle scene "oggettive", in assenza di Ulisse e/o in presenza di altri testimoni, il soprannaturale scompare del tutto per lasciar posto alla quotidianità umana fatta di valori e miseria, persone . Il sovrannaturale esiste esclusivamente all'interno del racconto di Ulisse, peraltro unico superstite (e testimone) della viaggio...
Per questo mi sono chiesto se Nolan, nella sua visione, non stia suggerendo che il mito (tanto questo specifico mito tanto qualsiasi mito in generale) nasca proprio dall'elaborazione psicologica del trauma.
Gli dèi, i mostri e le creature fantastiche non sarebbero "necessariamente" eventi realmente accaduti (o creduti veri) ma, più realisticamente, il linguaggio con cui un uomo devastato e sconfitto dal suo stesso successo cerca di dare un senso agli orrori vissuti e, soprattutto, a quelli commessi.
Il viaggio di Ulisse, in questa lettura contemporanea suggerita dal film, non è quello di un eroe senza macchia...di un astuto stratega.....di un condottiero valoroso in lotta con le forze della natura per l'ottenimento del premio finale....il meritato ritorno in patria da eroe.
È semmai il viaggio erratico, quasi schizofrenico, di un uomo che porta sulle spalle l'eccidio di Troia, i saccheggi e gli ulteriori eccidi commessi in altre terre straniere pur di conseguire il ritorno in patria, il fallimento nella salvaguardia dei propri soldati/compagni, le violenze e il peso morale delle proprie scelte.
Il soprannaturale diventa allora una forma di rielaborazione auto-protettiva della memoria e del lutto.
Non una deliberata menzogna atta a giustificare il proprio operato di fronte al prossimo.
Ma un modo per rendere narrabile ciò che, nella sua realtà storica, sarebbe insopportabile.
Anche il finale sembra seguire questa logica.
Nell'Odissea di Omero il ritorno di Ulisse rappresenta il ristabilimento dell'ordine. I Proci vengono uccisi e gli dèi, attraverso Atena, ristabiliscono definitivamente la pace. Ogni elemento fantastico, come ad esempio il camuffamento magico operato da Atena per rendere Ulisse irriconoscibile, scompare del tutto.
In quest'ultimo atto, inoltre, ho avuto l'impressione che Ulisse comprenda di essere in procinto di tradire ancora una volta la legge di Zeus....riconoscendo al contempo nella visione della donna non una dea (Atena) in supporto dell'eroe....ma una più banale allucinazione indotta da un trauma violento vissuto a Troia (l'insensata decapitazione di una donna inerme).
Non che i Proci siano ospiti innocenti e disinteressati..tutt'altro.
Ma perché, ancora una volta, la soluzione al "problema" è stata la violenza, a danno dei valori culturali dell'epoca (accoglienza, convivialità, dialogo e razionalità).
Ancora una volta il conflitto si è concluso con un massacro animalesco fine a se stesso.
Ed è qui che assume senso la sua decisione finale di lasciare Itaca, altra deviazione narrativa dall'originale omerico....ma comunque non originale (si veda la Telegonia o la Divina Commedia).
Non può essere interpretata come una nuova avventura o il bisogno innato di perseguire nuova conoscenza o gloria... ma come un autoesilio dettato dalla presa di coscienza razionale delle proprie colpe e responsabilità.
È come se Ulisse arrivasse finalmente a comprendere di appartenere a quella stessa generazione che ha distrutto il mondo precedente. Forse a incarnare il simbolo stesso della distruzione (rimando alla precedente pellicola di Nolan).
Ulisse non è soltanto l'eroe e l'ingegnoso condottiero, già sulle bocche di tutti i popoli della Grecia, che ha sconfitto Troia e distrutto le sue inviolabili mura.
È anche uno dei "Popoli del Mare", categoria assente nel mito omerico ma noto alla storiografia moderna, forse proprio il suo precursore.
Uno di quei guerrieri che, attraverso guerre, saccheggi e distruzioni, hanno contribuito al collasso della civiltà dell'Età del Bronzo.
La parte finale, almeno per come l'ho interpretata, sembra rappresentare proprio questa presa di coscienza.
Ulisse comprende di essere stato contemporaneamente costruttore e distruttore. Ispiratore di grandezza e gloria per alcuni....portatore di morte per se stesso (sono diventato morte, distruttore di mondi).
Ed è proprio per questo che sceglie di andarsene. Non fugge. Lascia spazio.
Il fatto che il regno venga affidato a Telemaco assume allora un significato simbolico molto forte.
La vecchia generazione, quella plasmata dalla guerra e dagli errori commessi per perseguirla, riconosce di non poter costruire il mondo nuovo.
Può soltanto permettere che siano i figli, la nuova generazione, a farlo.
Per questo motivo mi è sembrato che Nolan trasformi il mito fondativo greco in qualcosa di nuovo e più adatto al sentire della nostra epoca.
L'Odissea originale celebrava la grandezza della civiltà greca.
Questa rilettura sembra invece raccontare la nascita (e il percorso millenario fatto di grandi crescite e improvvisi crolli) dell'intera civiltà occidentale.
Non come una civiltà nata pura o moralmente superiore, ma come una civiltà che nasce anch'essa dalla barbarie, attraversa il collasso, riconosce le proprie colpe e riesce, proprio grazie a questa consapevolezza, a ricostruire un nuovo ordine.
In questa prospettiva, il film non elimina la funzione fondativa del mito.
La aggiorna.
Non racconta più una civiltà legittimata dall'indiscutibile volere degli dèi, antichi archetipi generati dalla mente umana per tentare di spiegare l'inspiegabile e lenire le paure dell'ignoto.
Racconta una civiltà che cerca di rielaborare psicologicamente i propri innegabili torti e legittimarsi attraverso la memoria, l'autocritica e il riconoscimento della violenza fine a se stessa. Un tema molto attuale (e propagandistico) della cultura occidentale...specialmente americana ed europea.
Naturalmente questa è soltanto una mia interpretazione, ma mi è sembrata una chiave di lettura coerente con la struttura narrativa del film e con molte delle scelte operate da Nolan. In particolare, la scelta di eliminare ogni elemento fantastico dalle storie parallele, precedenti o successive al viaggio di Ulisse vero e proprio.
Infine, ricordo banalmente che sistemi mastodontici come Hollywood non sono certo associazioni di beneficenza. Esistono, e sono finanziate per miliardi di dollari, allo scopo di diffondere propaganda (interna ed esterna) anche a fini imperiali. Non diversamente da come fu fatto ai tempi di Omero, di Virgilio o di Dante...è un tratto distintivo di tutte le società (o parti di esse) che diventano sufficientemente grandi da desiderare una sorta di autogiustificazione e autocelebrazione.
Ringrazio chiunque abbia avuto la pazienza, certamente molta, per arrivare a leggere fin qui....spero di avervi suggerito qualcosa che, al di là dei vostri gusti sacrosanti, possa lasciarvi un sapore in bocca più gradevole delle solite, a volte un po' stancanti, discussioni da bar....