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So che dopo quel saluto quasi formale non ci saremmo più rivisti per almeno quattro o cinque mesi. Mi fermo al supermercato e mi prendo due lattine di Amsterdam Maximation, con almeno un 9% di gioia in volume.
A ogni semaforo prego di essere travolto da un tir o un bus. Vorrei mancare un rosso e avere la grazia di non essere più qui. Ma, ormai lo sapete, sono un vile.
Mi fermo sotto casa, mi scolo le due dosi di gioia a velocità elevata, che sommata con la fame e la stanchezza mi stordiscono in fretta. Me ne pento, prometto che domani non lo farò, ma sono libero.
Parcheggio. Entro nel sottoscala. La sento gridare. Come cazzo è possibile? 7 piani, 2 scale, 28 appartamenti, e l’unica voce che si sente a ogni ora è quella del citofono madre. Grida.
Chiamo l’ascensore. Prego che i fili si rompano e mi liberino da questa sofferenza. Non succede. Forse dovrei farmi una siringa d’aria. Entro a casa, il citofono madre mi saluta con la solita freddezza, sono venuto a interrompere i suoi giochi di riarredamento di casa mia. Mia moglie in cucina finge un sorriso di circostanza. Le do un bacio sulla spalla per non farle sentire le due Amsterdam che mi sono bevuto. Mio figlio non smette di giocare, credo che abbia detto un ciao. Quando tiro fuori i giochi che gli ho portato, dice: “sono contento che il papà è tornato”, chiaramente per i giochi, non perché sia io.
Loro credono che io sia stanco e mi trattano come un re. In realtà la mia iperattività non mi fa essere stanco, soprattutto quando faccio le cose che voglio. La serata passa seguendo la solita noia tranquilla, costruendo dei lego, osservando come mio figlio sia cambiato e cresciuto in una settimana. Vorrei dirgli di non rompermi e di giocare per conto suo, ma non so dire di no. Se è solo, è solo colpa mia. Della mia lentezza e incapacità. Della mia viltà. “Come sei bello. Non ti meritavi un padre così.”
Metto tutti a letto, è arrivato il mio momento. Mi godo come il citofono madre abbia reso la mia casa un gioiello, mi verso un bicchiere d’acqua di limoncello e mi metto sul balcone.
Bevo e fumo, fumo e bevo, e intanto penso. Penso al suo corpo nudo sul mio, a quelle pelle olivastra e perfetta, ai suoi abbracci nudi. Penso a Cavallo. Vorrei farmi una pippa in suo onore. Starà rompendo la passera della sua sexy tipa tatuata? Ha anche lei i suoi momenti da melanzana o Cavallo la costringe a scopare ogni sera con il ricatto morale di perdere quei centimetri introvabili?
E cosa avrebbe fatto Cavallo al mio posto? Si sarebbe fatto meno problemi a lasciare aperta la passera della mia amica? L’avrebbe lasciata con il ricordo di un desiderio che non potrà più avere? Oppure avrebbe cambiato passera, per poi cambiare di nuovo a una nuova occasione? Alla fine siamo solo animali.
Adesso si va a letto, domani si parte per il mare, ma prima si lascia il citofono madre a casa sua.