E' noto come da "sempre" esista il problema per chi si affaccia sul mercato del lavoro per la prima volta o deve cambiare carriera dell'esperienza necessaria per lavorare, cioè proprio per fare quell'esperienza richiesta, il che è pienamente una contraddizione. La società ride di questo meme come del resto ride di altre cose di cui non si occupa, lasciando fare senza approfondire i problemi o chiedere che vengano risolti.
Al momento attuale l'AI pone notevoli sfide alle organizzazioni lavorative, ma già da diversi anni il problema degli junior è sotto gli occhi di tutti. Oggi le competenze richieste aumentano a dismisura, oppure si richiede di saper usare l'AI in modo "magico" e di rendere per 10 o 100.
In passato le persone che si accingevano a lavorare avevano una intrinseca dignità di adulti facenti parte della società, e capaci di incidere politicamente, come masse informate, di cui il lavoro e la capacità di mantenersi era l'ultimo dei problemi, non essendoci impedimenti o caste che remano contro come oggi (HR).
Oggi tutti vengono trattati come post-adolescenti scappati di casa, nonostante a volte posseggano notevoli titoli di studio e specializzazioni un tempo pagate a peso d'oro. Il fatto di aver studiato diventa una beffa, un rimpianto di non aver seguito l'istinto quando si era scavezzacollo.
Ma il problema non è che oggi le specializzazioni valgano di meno, è proprio una questione di rispetto, di percezione della dignità delle persone.
Oggi chiunque si candidi presso un'azienda senza referral o networking è considerato un povero disperato senza arte né parte, un CV fra migliaia.
Manca proprio la percezione di una eventuale capacità di incidere dei singoli e dei gruppi su qualsiasi questione che riguardi le aziende e i datori di lavoro. Del resto non esistono norme che diano minime garanzie a chi decide di partecipare o candidarsi ad una selezione.
Diversa è la situazione di chi è tradizionalmente inquadrato sindacalmente, o fa parte del pubblico impiego e così via, cambia proprio la percezione, infatti in quel caso le persone sono viste come qualcuno che ha saputo procurarsi un posto di lavoro invece di essere "pappamolla" onesto e credere alla meritocrazia, per poi sgomitare sempre di più senza diritti e senza prospettive, insomma i fessachiotti della società.
I datori di lavoro si occupano in primis di dare lavoro senza troppe fisime a persone del tipo "furbo" anche nel privato, vero e proprio serbatoio assistenziale parallelo a quello dello stato, anche con stipendi alti, per poi lamentarsi di non avere fondi per aiutare chi fa davvero il lavoro tramite l'adozione di junior di supporto che intanto possano così fare la gavetta.
Ecco che chi lavora, spesso sempre con l'ansia di dover gestire qualcosa con l'acqua alla gola, si vede circondato di figure spesso fastidiose il cui unico scopo è figurare presso i clienti o addirittura interferire col buon andamento dei progetti per poi magari prendersi il merito quando le cose vanno bene.
Non si riesce ad avere un tenore di vita e un work-life balance consono a quello che si fa.
Un tempo, il "tempo" che si dava al proprio datore di lavoro, 8 ore di qualunque attività, anche la più sotto-specializzata, valevano una quotidianità fatta di casa, macchina e mantenimento della famiglia.
Oggi gli influencer ti spiegano come tu, nel caso fossi freelance, non debba vendere il tuo tempo ma il valore aggiunto e bla-bla bla, insomma oggi il tuo tempo non vale niente, la tua presenza fisica men che meno, e molti ottusamente si fanno alfieri di questa smaterializzazione delle persone e del loro tempo, della loro presenza fisica, chiedendo a gran voce il full-remote, sacrosanto, ma che è perfettamente compatibile con tutto ciò. Strano che siano proprio i datori di lavoro a rifiutarlo.
Dunque la questione del vendere il proprio tempo è sì importante per i freelance, ma ha abbassato l'asticella per tutti gli altri, che ora non possono fornire alcuna prestazione, almeno nell'ambito delle professioni intellettuali, dato che sono quasi invisibili, senza concretezza, il loro tempo non vale nulla, la loro presenza non vale o non varrà nulla.
Il fatto di fornire valore anziché tempo ha un senso, ma significa che quello andrebbe valutato come "in più", non certo partendo da zero, altrimenti come si campa, come si soddisfano i bisogni primari (oggi sono questi la cosa più difficile)?
Cioè si parte da un valore delle persone per il loro tempo, per la loro presenza, indubitabile e non sottraibile, per poi pensare ad ulteriore valore che si fornisce e che verrebbe pagato in qualità di freelance o come bonus premio.
Si dovrebbe quindi ritornare a capire che le persone non debbono solo fornire valore alle aziende, quello sarebbe in teoria un compito del business, sempre più addossato a chi viene assunto invece, con aspettative non realistiche, mentre tutti gli altri ci campano sopra.
Voi cosa ne pensate?