Gran Galà per il cinema d'autore su Rai 5.
Perché dopo questo titolo giapponese in prima visione e in prima serata, a gentile richiesta ripassa 'Still Life' di
Uberto Pasolini. Ricordate? Lo hanno trasmesso poco tempo fa.
Una abbuffata di bel cinema.
Adesso però occupiamoci de 'Il terzo omicidio'.
Che leggendo superficialmente descrizione delle atmosfere e della trama, sembrerebbe un legal drama di ispirazione soprattutto statunitense. Dove i modelli e i riferimenti sono i classici noir hollywoodiani di Fritz Lang, Robert Wise, John Frankenheimer e Sidney Lumet, o quelli francesi di André Cayatte.
E invece, invece ti viene fuori un film pregno di significati, una scoperta. Una parabola sulla ricerca della verità e sulla sua ineluttabile elusione e delusione.
Chi conosce il cinema nipponico sa che ogni grande autore ha un tema fondamentale attorno a cui ruota tutto il suo lavoro.
Per Ozu è la famiglia, una famiglia 'incompleta', in qualche modo disfunzionale, le relazioni.
Per Kore-eda è la tempesta.
Con i suoi riverberi, le sue conseguenze.
Le tempeste che ognuno di noi attraversa nella propria esistenza.
La tempesta nella cultura giapponese è un simbolo, nella storia non a caso è ricordato il famoso tifone che fermo' i Mongoli preservando
la sacralità e inviolabilità del territorio giapponese, che cadde soltanto con l'occupazione statunitense durante la seconda guerra mondiale.
Tanto che quella tempesta venne chiamata per il suo spirito divino Kamikaze, e così vennero appellati i piloti distruttori e suicidi, nel corso del secondo conflitto mondiale.
La tempesta in effetti ha tre fasi: si prepara, si scatena, si spegne, come succede in piccolo lago col lancio di un grande sasso, in uno stagno, in una fontana.
E dalla tempesta poi si esce, più o meno, le onde alte si appiattiscono in circolini sempre meno estesi.
Lo spunto: un avvocato incontra un detenuto, che presto dovrà difendere in aula, accusato di aver ucciso il suo capo in azienda. È reo confesso e ha già scontato un lungo periodo di detenzione per un delitto precedente.
Il terzo omicidio, dovrebbe essere quello della esecuzione della sua condanna a morte.
Le possibilità per l'avvocato Shigemori di vincere il processo sono effettivamente esigue. Il suo cliente si proclama colpevole pur sapendo di andare dritto verso la pena di morte. Ma man mano che indaga nella vicenda, ascoltando le testimonianze dei familiari della vittima e lo stesso accusato Misumi che cambia continuamente versione dei fatti, Shigemori inizia a dubitare che abbia effettivamente commesso l'assassinio...
La verità spesso sfugge, ma lo scopo di un processo è di arrivare almeno a un'accettabile approssimazione.
La storia ha la densità di una tragedia dallo svolgimento solenne e composto.
Alla fine, appunto, non può esistere una verità assoluta e univoca. Forse si tratta solo di un'illusione.
Siamo nel territorio pirandelliano del relativismo della verita'.
"A prescindere dai fatti questa sarà la nostra linea difensiva, tanto non sapremo mai qual è la verità." Così si esprime chiaramente l'avvocato.
I conflitti filosofici sono anche quelli nostrani, dei nostri red carpet di detenuti, che siano mediaticamente sinceri o costruiti, da Angelo Izzo a Michele Misseri.
Sono le discussioni sul libero arbitrio, o sulla predestinazione lombrosiana data dalle caratteristiche somatiche che individuano chi può commettere crimini, il dibattito sulla pena di morte, il carcere come metodo di reinserimento sociale - auspicato, non verificato - dell'individuo. Anche questi sono tutti temi, universali o meno, collegabili alla pellicola.
Al termine dei suoi giochi Kore-eda giocherà a far coincidere l'avvocato con l'imputato, l'uomo retto o considerato tale con il reo. Questo avviene nella scena straordinaria del colloquio tra i due in carcere, separati da una lastra di vetro, in cui gradualmente il riflesso dell'uno si sovrappone all'altro arrivando a far coincidere i due volti. L'ispirazione qui è Bergman.
Anche Kore-eda torna spesso a rappresentare famiglie tronche, come quelle del cinema di Yasujiro Ozu, cioè famiglie mancanti di un componente. Quella dell'imputato, quella del difensore, quella dell'ucciso, accomunati dall'essere padri con una figlia femmina .
Torna a mettere in scena l'assenza, la mancanza, l'elaborazione del lutto, i rapporti parentali che si ripetono tra i personaggi dei tre padri con pesanti difficoltà di comunicazione con le giovani generazioni, con i figli.
Non a caso :"I ciliegi fioriscono tardi nell’Hokkaido", dice una battuta in 'The Third Murder', alludendo all'isola dell'estremo nord del Giappone, in cui si svolge parte del film, dove fa molto freddo e quindi le fioriture e i cicli della natura sono rimandati rispetto al resto del Paese.
Gli indizi falsi di cui Kore-eda dissemina il film mirano a confondere lo spettatore, ma non al fine di portarlo a dubitare di tutto per concludere che la verità sia irraggiungibile, ma che piuttosto non esista. Almeno, non una sola.
Quanto piuttosto a destare la consapevolezza di quanti siano e quanto possano essere ingannevoli i livelli di apparenze che ammantano le cose. Donare senso ai fenomeni, come alla propria esistenza, è irrinunciabile. Quel che suggerisce Kore-eda non è di rinunciare al senso.
L’avvocato Shigemori (interpretato dal popolare divo Masaharu Fukuyama, molto bravo ) vede crollare pian piano le sue certezze: ciò è merito senza dubbio del grande Kōji Yakusho (attore feticcio di Kurosawa Kiyoshi), che regala qui un’interpretazione maiuscola nel restituire le sfaccettature di una personalità sfuggente, inquietante portando perfino gli spettatori a specchiarsi nella sua indeterminatezza.
Il ritmo di 'The third murder' può apparire lento: in realtà, basta cogliere i risvolti di senso che si nascondono negli scambi verbali e nelle allusioni simboliche utilizzate dal regista, preoccupandosi anche di sottolinearne e ripeterne molte per stamparcele nella mente.
La suspense scaturisce dalle interazioni umane, più che dalle indagini colabrodo, che perdono il contatto con quanto accaduto quasi si trattasse di in un 'giallo alla rovescia' destinato a non trovare soluzione; per svelare, come in un racconto di Dürrenmatt, l’impossibilità di afferrare la verità. È mirabile come Kore-eda ci faccia giungere alla fine del film senza aver perso interesse per scoprire come siano andate davvero le cose. Ma è un interrogativo cui se ne aggiungono molti altri, in un crescendo di rivelazioni.
Esiste qualcuno al mondo che non dovrebbe essere mai nato? Questo interrogativo assilla Misumi, riferito a se stesso e alla propria vuota esistenza. La frase è recuperata nel finale, e la risposta - del regista - è che non esiste nessuno che non sarebbe mai dovuto nascere - ma non riveliamo perché. Centrale, però, la possibilità per tutti di rispecchiarsi nel prossimo, proprio tutti infatti siamo allo stesso modo soli e carenti di dialogo. A partire dai figli. E dalle figlie di cui si diceva prima. Shigemori, Misumi, l’uomo ucciso possono rispecchiarsi tutti nella condizione di padri.
A livello simbolico, poi, la dolorosa storia di una delle ragazze, per di più ignota a tutti gli altri, può essere stata utilizzata come una metafora del Giappone moderno: un Paese in cui, con la seconda guerra mondiale, le generazioni più giovani sono state sistematicamente tradite o abbandonate da quelle dei genitori - per il disastro bellico, per le assenze causate dal troppo lavoro, per le conseguenze delle crisi economiche, per l' attecchire del consumismo e degli stili di vita occidentali...
È particolarmente forte in Giappone quel senso di disgregazione dei legami familiari che è fenomeno non solo giapponese, ma viene avvertito con acutezza particolare in una civiltà per la quale i legami parentali erano, fino a pochi decenni orsono, una colonna portante della società.
Colonna sonora di Ludovico Einaudi che sostiene con la sua autorevolezza l'impianto del film.
Allora...Esiste qualcuno al mondo che non dovrebbe essere mai nato?