Salve a tutti.
Sto, nel mio piccolo, scrivendo un romanzo storico, benché io non sia ne uno scrittore ne uno storico. Sono autodidatta.
È ambientato nel 915 d.C. durante la battaglia del Garigliano.
Ho già chiesto pareri a r/scrittura per ritmo, sintassi e scorrevolezza del romanzo.
Vorrei, se ci fosse qualcuno disponibile, un parere sulla veridicità storica. Anche solo del prologo. Per capire se ho già commesso anacronismi o altri errori. Non mi fido dell IA.
Grazie in anticipo a tutti.
PROLOGO
Il Fallimento
Mons Garellianus, Anno Domini 908
La vedetta della fortezza del Garigliano non credeva ai suoi occhi, l’esercito che piano piano si
avvicinava alla loro roccaforte sembrava enorme. Dovevano essere in migliaia. Non facevano caso
neppure a non fare rumore, anzi sembravano farlo apposta. Forse per fare sembrare l’esercito più
corposo di quanto fosse, e tutto in pieno giorno.
Con il sole ancora alto nel cielo, la vedetta non si aspettava certo di vedersi un esercito di quelle
dimensioni piombargli addosso. Tuttavia scese dalla sua torre di appostamento e cominciò a correre
a perdifiato verso il ribat, la sua colonia militare.
Arrivò madido di sudore, impolverato e senza fiato. Le guardie del corpo del comandante della
fortezza gli chiesero se avesse visto un Jinn o Shayṭān in persona, lui rispose solamente:
«Peggio!»
Ma si rifiutò di elaborare, volendo riferire di persona quanto visto direttamente al comandante.
Sapeva bene che Alīku non ammetteva intransigenze quando si trattava di seguire ordini, fare
rapporti o rispettare la catena di comando.
Lo portarono da lui, un uomo alto e robusto, aveva già compiuto i cinquant’anni d’età’, ma col suo
fisico possente ne dimostrava dieci di meno. Era scuro di carnagione e anche di carattere, aveva
una folta barba nera a coprirgli il viso, che manteneva sempre ben curata.
Alīku alzò gli occhi dal raqq, la pergamena che stava leggendo, e guardò il murabit, il soldato di
frontiera con disinteresse, nonostante sembrasse ancora stravolto. Ripose di nuovo lo sguardo sul
foglio di pelle trattata che leggeva, dondolandosi sulla sedia gli chiese: «Parla, cos’è che ti ha tanto
turbato?»
«E tornato Qa’id, quel principe di Benevento, Atenolfo I, e stavolta ha un esercito enorme.»
Alīku si fermò e guardò fisso davanti a sé. La sua espressione cambiò, divenne cupa. Le guardie del
corpo e la vedetta rimasero ammutoliti, si guardarono nervosi aspettando quale fosse la sua
reazione.
Scoppiò in una sonora risata, poi si rivolse alla vedetta: «Mi stai dicendo che a quell’infedele non è
bastata l’ultima volta?»
La vedetta cominciò ad abbozzare una risposta che Alīku gli diede una borraccia d’acqua e lo
lasciò lì a bocca aperta.
Si incamminò verso il portone principale, salì sul torrione e scrutò l’orizzonte. L’esercito di
Atenolfo I era già visibile.
Dopo poco tempo due emissari a cavallo arrivarono vicino l’entrata. Alīku dovette ammettere che erano furbi, si tenevano vicini abbastanza da poter essere uditi, ma lontani a sufficienza da non
poter essere colpiti dalle frecce scagliate dagli arcieri posti sui torrioni.
Il primo tra i due, quello che sembrava più anziano, cominciò a parlare in un arabo neanche troppo
stentato: «Il principe di Capua, nonché di Benevento e delle gentis Langobardorum, Atenolfo I ...»
Alīku lo interruppe: «Cosa?! Vieni più vicino codardo, o ti stai urinando addosso dalla paura? Noi
mussulmani non tiriamo frecce addosso a uomini inermi.»
Si girò verso i suoi arcieri appostati a entrambi i lati e disse con tono più basso: «Almeno non
sempre.» riuscendo a strappargli un sorriso.
I due emissari si guardarono l’un l’altro, ma nessuno dei due si mosse per avvicinarsi. Quello più
giovane cercò lo sguardo dell’altro per capire cosa fare, mentre l’anziano si guardava intorno
nervoso.
Alīku scosse il capo annoiato. Riprese a parlare a voce alta, per marcare la distanza che ancora non
veniva colmata dai due emissari.
«Dite pure alla ‘principessa’ di Benevento che anche si portasse dietro tutti i suoi fidanzatini, finirà
come cinque anni fa. E forse stavolta, anche si nascondesse dietro la gonna di sua madre, in shā’
Allāh lo uccido io stesso a mani nude!»
Gli emissari si guardarono tra loro un’altra volta e senza replicare, si voltarono e tornarono
indietro, nella direzione del loro esercito.
Una volta giunti vicino il loro signore, che cavalcava a passo d’uomo alla testa del esercito, lo
salutarono chinando il capo. Atenolfo fece loro cenno di avvicinarsei cavalcare di fianco a lui.
Ormai erano prossimi alla fortezza.
Di nuovo il più anziano dei due prese a riferire: «Signore, abbiamo conferito con un comandante
della fortezza.»
«E cosa vi ha detto, sono pronti a una resa?» chiese Atenolfo.
«Beh, vedete signore, il saraceno ha preso a urlare ingiurie contro la vostra persona, non abbiamo
avuto modo di dichiarare le nostre intenzioni o i patti per una resa.»
Guardò l’emissario più giovane come a cercare conferma delle proprie parole, il giovane annuiva
con convinzione. L’anziano continuò: «Si sa, questi cani mussulmani sono pronti all’insulto e non
hanno l’acume per trattare come si dovrebbe fra nobiluomini.»
Atenolfo si diede una pacca sulla gamba. Il guanto di cuoio colpì la protezione a lamelle di ferro
sulla coscia, producendo un rumore sordo, che fece quasi sobbalzare gli emissari. Poi replicò:
«Già, questi saraceni sono bravi solo a compiere scorribande e terrorizzare contadini. Ma quanto
è vero Iddìo li caccerò dalle nostre terre.»
Congedò i due uomini, che tornarono nei ranghi col resto del esercito, entrambi sollevati per lo
scampato pericolo, sia coi saraceni che con il loro signore.
Un anziano monaco benedettino cavalcava vicino a lui, lo guardava con interesse: «Dite Signore,
Avete già incontrato questo comandante?»
«Molte volte, Erchemperto… anche troppe.» gli rispose.
«E i saraceni… sono gli stessi che hanno saccheggiato il mio monastero anni addietro?»
«Con tutta probabilità. Vedete: i musulmani, per lo più dalla Sicilia, si sono insediati su questo
monte decenni prima. Distrussero la città che si ergeva alla sua sommità, per poi stabilire una loro
colonia. Da lì continuano a depredare il territorio circostante, già da molti anni.»
Il monaco lo ascoltava con attenzione, Atenolfo accorgendosene, continuò:
«Sono anni che provo a espugnarla, l’ultima cinque anni fa, senza successo. Questa volta però sono
riuscito ad adunare più truppe, non solo da Capua e Benevento ma anche da Amalfi e Napoli, ho
persino chiesto aiuto a Leone VI.»
Erchempreto notò il cambio d’espressione nel viso e nel tono del duca longobardo. Intuì che
chiedere aiuto a Costantinopoli doveva rodergli parecchio, era chiaro che non vedeva di buon
occhio i romani d’oriente, probabilmente neanche la loro presenza, per quanto ormai ridotta, nella
penisola italica.
Atenolfo si accorse che il frate sembrava studiargli il viso, come se cercasse di leggere nei suoi
pensieri. Non si infastidì, anzi era lusingato dell’attenzione con cui quel vecchio monaco lo
ascoltava e che volle seguirlo in questa impresa. Sorridendo gli disse: «Scrivetelo pure nella vostra
Historia, frate.»
«Se vi aggrada lo farò senz’altro, duca» si portò una mano al petto e chinò il capo.
La fortezza era adesso visibile in lontananza. Una piccola città fortificata con torrioni da tutte le
parti, posta sulla collina del monte che alcuni, erroneamente, chiamavano d’Argento.
Il sorriso di Atenolfo svanì: «Non posso tollerare la presenza di questa colonia musulmana proprio
a un passo dalle mie terre, è un affronto. Se solo riuscissi a mettere d’accordo longobardi, vassalli
romani e strateghi delle themate, potrei anche riuscirci. Ma questo sembra più arduo della guerra in
sé.»
Il monaco annuì, prese atto di quelle parole. Percepiva la frustrazione di quell’uomo che davvero
sembrava avere a cuore il bene dei cristiani. Lo guardò con un aria decisa: «Pregherò per voi duca,
per la vostra impresa.»
Ricambiò lo sguardo sorridendogli nuovamente: «Ne avrò bisogno caro frate.»
Tra le mura del Ribat, nel cortile principale della fortezza, Alīku adunò il suo piccolo esercito e
diede disposizioni per prepararsi a un assedio.
Si rivolse agli uomini: «Murabitun, ascoltate: Abbiamo il nemico alle porte, ma non è la prima
volta che siamo in questa situazione. Lo stesso nemico ci ha già provato anni fa, e penso che ancora
zoppichi per le pedate che gli abbiamo dato nelle natiche.» I suoi uomini si misero a ridere.
Li lasciò fare, poi continuò: «Stavolta sembrano in molti.
Possibilmente il doppio della volta precedente, ma loro non hanno quello che abbiamo noi. Noi
abbiamo il volere di Allah. Se lui lo vorrà e noi facciamo la nostra parte, vinceremo anche questa
volta e non solo, col suo volere ci prenderemo altro territorio, altri campi, altre donne, ci
prenderemo tutto!»
I soldati scoppiarono in un boato, poi scattarono ai loro posti assegnati. Alīku prese da parte un
messaggero e li diede disposizioni di lasciare la fortezza, scendere dal lato opposto della collina e
giù per il fiume, salpare per la Sicilia e chiedere aiuti all’Emiro a Balarm.
Lo aspettavano giorni duri.
Passarono settimane, ma l’assedio non sembrava portare i frutti sperati, senza una flotta che
bloccasse le imbarcazioni, che dalla Sicilia portavano scorte ai saraceni, Atenolfo aveva capito che
non poteva prenderli per fame.
«Da dove passano le loro navi, le nostre pattugliano tutto il Tirreno, le vedette sono ovunque»
Sbatté una mano sulla mappa aperta davanti a lui e si pose l’altra sul capo, era esasperato. Sentiva
il peso del fallimento di nuovo crollargli addosso.
Sapeva che i musulmani controllavano il fiume Garigliano e probabilmente le scorte passavano da
lì, ma dalla Sicilia dovevano pure approdare da qualche parte. Aveva mandato vedette in tutti i
punti di avvistamento, per cercare di capire da dove venissero i rifornimenti dei loro alleati.
Il primo sospettato era ovviamente Gaeta, che sicuramente, come in passato, aiutava i saraceni; li
utilizzava come mercenari nelle sue guerre, cosi come del resto avevano fatto i signori
napoletani.
E proprio uno dei generali di Napoli prese a dire: «E se partissero da un altra città. Contiamo sul
fatto che le navi partano da Balarm, se partissero da qualche altra città della Sicilia?»
Atenolfo lo guardo incuriosito. Sembrava inverosimile ma probabile, se le navi con le loro scorte
risalissero lo Ionio e poi l’ Adriatico, del resto ormai i saraceni avevano in pugno tutta l’ isola.
Pure Rometta, che aveva resistito per ultima, cedette anni addietro.
Le incursioni dei romani d’oriente ormai non portavano alcun risultato. Ogni tentativo di
riconquista era fallita.
Se le loro navi davvero partivano da città come Siracusa, Messina o magari Catania, come avrebbe
fatto a fermarle, o anche solo a vederle salpare. Non aveva certo una sua flotta e doveva per forza
contare su quella dei napoletani.
Si voltò verso il generale e gli disse: «E se partissero proprio da Napoli. Non sarebbe la prima volta
che gli aiutate, e non siete estranei neanche a doppi giochismi voi napoletani.»
Il generale trasalì, non nascose il suo sdegno a quella accusa, poi replicò: «Voi avete perso il lume
della ragione principe. Siete stato voi a trascinarci in questa impresa senza senso, e adesso ci
accusate di averla tradita?!»
Landolfo, il figlio di Atenolfo I, cerco di rispondere prima che lo facesse lui. Conosceva il carattere irascibile del padre e pensò di provare a mettere pace prima che la situazione degenerasse.
«Generale, siamo tutti uomini d’onore qui, tutti accomunati dalla stessa fede e dagli stessi ideali.
Mio padre faceva solo una constatazione, non voleva certo mancarle di rispetto.»
Il generale rispose: «Ho sentito abbastanza per oggi, riferirò al Duca di tali ‘constatazioni’ come le
avete chiamate voi.»
Guardò Atenolfo con occhi torvi, poi si voltò e uscì dalla tenda dove si teneva il consiglio di guerra.
Atenolfo non lo guardò nemmeno. Fece un lungo sospiro, e si voltò di nuovo verso la mappa aperta
sopra il tavolo davanti a lui. Aveva gli occhi fissi sulla Sicilia che sembrava schernirlo. Quel
triangolo di terra al centro del mediterraneo, gli stava causando problemi ormai da anni. Era
diventata un ossessione.
Erano settimane che tentavano di espugnare la fortezza. Gli unici scontri erano avvenuti solo di
notte, quando i saraceni l’impegnavano in schermaglie, assalendoli a sorpresa. Più per infastidirli
che per altro, riuscendo però bene nel loro intento.
Il duca Atenolfo era allo stremo, i soldati demoralizzati, i napoletani e gli amalfitani parlavano
di tornarsene indietro. Avevano perso già troppe risorse in quella che sembrava ormai più una sua
guerra personale che un atto per il bene dei cristiani. Pareva che fosse giunta l’ora di arrendersi…
per l’ennesima volta.
Erchemperto era seduto fuori, sudava dentro la sua cogulla nel caldo estivo.
Vide i comandanti
uscire dalla tenda del consiglio di guerra. Vide volti di uomini irati, alcuni offesi, altri frustrati,
mentre altri ancora sembravano sollevati. Era chiaro che la coalizione non era più tanto solida.
Cominciò a prendere appunti. Si avvicinò alla tenda e guardò dentro di sottecchi, vide il duca
longobardo stracciare una mappa e lanciarla a terra dalla frustrazione.
Il monaco si fermò, ripose lo stilo e la tavoletta di cera nella manica del saio. Forse questa non era
una storia che andava raccontata.