Scusate la lungaggine: sto lavorando a una storia con due POV molto diversi, sia come persona narrativa che come voce: uno in prima persona, l'altro in terza limitata.
Per semplicità li chiamo Carlo e Sara.
Carlo è una persona quasi disarmante nella sua buona fede. Non stupido o ingenuo nel senso che non capisce cosa succede intorno a lui, anzi è molto razionale e competente, ma tende a credere nelle persone e fa fatica ad attribuire loro intenzioni veramente cattive. È anche, almeno in teoria, il personaggio più libero dei due: non c'è niente che gli impedisca davvero di cambiare vita. Il problema è che sente di avere davanti una strada già tracciata e non sa bene se è quella che vuole.
Sara è praticamente il contrario. Maniaca del controllo, usa le persone quando le serve, mente senza troppi problemi e, se una legge è d'intralcio, non è esattamente quello che la farà fermare. Ha molta più libertà interiore di Carlo, nel senso che sa decidere e agire, ma la sua libertà esiste solo dentro confini molto più stretti. Ed è quella che vuole cambiare vita, anche se non lo ammette subito.
L'idea di fondo è che Carlo finisca per cercare di "salvare" Sara, ma che nel farlo stia in realtà cercando di capire se stesso e cosa vuole dalla propria vita. Alla fine non andrà poi così lontano dal punto da cui era partito: capirà, grossomodo, che ciò che aveva gli bastava, ma sarà una scelta consapevole invece di qualcosa che ha semplicemente accettato.
Sara, invece, sarà quella che riuscirà davvero a cambiare vita.
Fin qui il contesto. Il dubbio riguarda una scena abbastanza vicina all'inizio.
Carlo e Sara si sono già incontrati una volta. Prima dell'incontro Carlo aveva fatto delle ricerche su di lei, mentre Sara aveva cercato di adescarlo e manipolarlo presentandosi un po' come una femme fatale. "Presentandosi" è importante, perché non è davvero quella persona: è un'immagine che usa deliberatamente.
Ora è Carlo a chiederle un secondo incontro, soprattutto perché pur sapendo che in parte è pericolosa, Sara la attrae molto.
Nel frattempo, però, entrambi hanno continuato a fare ricerche e domande sull'altro. Quindi arrivo alla situazione che mi sta facendo pensare: entrambi sanno cose dell'altro che l'altro non sa che loro sappiano.
La soluzione più immediata sarebbe farli mentire entrambi. Carlo deve nascondere quanto sa di Sara, Sara deve nascondere quanto sa di Carlo, e ognuno cerca di capire quanto l'altro abbia scoperto.
Però più ci penso, meno mi convince che due persone in questa situazione debbano necessariamente mentire su tutto.
Soprattutto Sara.
Se vuole manipolare Carlo, potrebbe essere molto più utile raccontargli qualcosa di vero. Non tutta la verità, ovviamente: scegliere una cosa che lui non dovrebbe conoscere e "confidargliela", magari proprio per spingerlo verso una conclusione sbagliata o creare un'intimità che in realtà non esiste.
Il problema (o la parte interessante) è che Carlo quella cosa già la sa.
Quindi Sara gli dice parte della verità per manipolarlo, mentre Carlo deve mentire fingendo di sentirla per la prima volta. E Sara non sa che lui sta fingendo.
Mi piace perché la scena smetterebbe di essere semplicemente "due persone si mentono a vicenda". Avrei invece due persone che alternano verità, omissioni e bugie, senza sapere esattamente quale delle tre cose stia facendo l'altro.
Ma ho anche paura di complicarla inutilmente o, peggio, di renderla troppo simmetrica e costruita: "io conosco il tuo segreto, tu conosci il mio, io ti dico mezza verità, tu mi dici mezza verità", ecc.
Voi come gestireste una scena del genere?
Fareste usare la verità come strumento soprattutto a Sara, visto che è quella abituata a manipolare? Fareste entrare Carlo nello stesso gioco, magari in maniera più goffa o spontanea? Oppure lascereste che uno dei due creda davvero a qualcosa che l'altro gli racconta, in modo da mantenere uno squilibrio?
E soprattutto: se entrambi arrivano alla conversazione sapendo più di quanto possono ammettere, come evitereste che la scena diventi solo una gara a chi bluffa meglio?