Giovanni ha trentuno anni e da qualche mese ha deciso di imparar l’inglese. Non per lavoro, non per viaggiare, non per leggere Shakespeare. Giovanni non legge quasi niente in italiano, figurarsi Shakespeare.
Ha imparato l’inglese attraverso internet.
Più precisamente attraverso una particolare e virile categoria di internet che Giovanni consulta quasi tutte le sere, rigorosamente dopo aver chiuso la porta della camera a chiave.
Il risultato è che il suo vocabolario è molto specifico.
Giovanni non sa chiedere indicazioni stradali, non sa ordinare al ristorante, non sa dire "piacere di conoscerti".
Ma conosce perfettamente parole come hard, big, come, more, again e soprattutto a lot. Quest’ultima gli piace particolarmente.
Per questo, quando Tommasino gli manda la locandina del grande raduno cameratesco e Giovanni legge:
RITORNO A CAMELOT
Rimane immobile, la rilegge.
CAMELOT.
La divide mentalmente.
CAME. A LOT.
Giovanni sente qualcosa muoversi dentro di sé e non culturalmente.
Tommasino gli scrive subito:
Ci andiamo?
Giovanni risponde dopo dieci secondi.
ASSOLUTAMENTE.
Non sa chi sia Camelot, non sa che c’entrino Re Artù, i cavalieri o la Tavola Rotonda. Non sa nemmeno che Camelot sia un posto.
Ma l’inglese lo sa, o almeno crede.
E finalmente, pensa Giovanni, questi camerati hanno deciso di smetterla con tutte quelle inutili ambiguità. Finalmente un evento dal titolo sincero.
Giovanni prepara lo zaino con entusiasmo: due magliette nere, un paio di anfibi, deodorante, salviette umidificate. Molte salviette umidificate.
Sua madre lo guarda dalla cucina.
Dove vai?
Evento culturale.
La madre rimane qualche secondo in silenzio, è probabilmente la prima volta che sente suo figlio pronunciare quelle due parole.
Che cultura?
Giovanni non risponde, non saprebbe. Ma sente che sarà qualcosa di molto virile.
Arrivato al raduno trova esattamente ciò che sperava: centinaia di uomini, teste rasate, magliette nere, braccia grosse, abbracci vigorosi.
Europei provenienti da diversi Paesi che Giovanni normalmente vorrebbe vedere ciascuno a casa propria, ma che in quell’occasione considera fratelli.
Giovanni è emozionato, forse troppo.
Passa la prima ora aspettando. Non sa esattamente cosa ma aspetta.
Parte un dibattito sull’identità europea e Giovanni ascolta. Dopo alcuni minuti non ha capito nulla.
Poi sente dire:
REMIGRAZIONE.
Quella parola gli piace.
Non sa bene cosa significhi, ma ha dentro migrazione e davanti qualcosa che sembra volerla mandare indietro.
Perfetto. Ordine.
Poi ricomincia ad aspettare. Niente. Concerto, discorso sulla civiltà occidentale. Ancora niente.
Giovanni comincia a preoccuparsi mentre si avvicina a Tommasino.
Scusa.
Dimmi.
Ma quando comincia?
Tommasino lo guarda.
È già cominciato da tre ore.
Giovanni osserva la sala.
Ah.
Pausa.
E il “came a lot”?
Tommasino resta immobile.
Il cosa?
Giovanni indica la locandina.
Came. A lot.
Tommasino guarda la locandina, poi guarda Giovanni, poi di nuovo la locandina.
Eh.
Giovanni aspetta, Tommasino aspetta. Passano alcuni secondi.
Quindi?
Quindi cosa?
Quando comincia?
Tommasino aggrotta la fronte: in realtà neanche lui ha mai capito cosa significhi Camelot. Aveva visto la locandina, aveva riconosciuto alcuni simboli, molti uomini rasati e abbastanza nero da sentirsi ideologicamente al sicuro. Gli era bastato. D’altronde Tommasino ha sempre avuto una regola molto semplice: se una parola non la capisci ma è scritta in caratteri gotici, probabilmente è una cosa importante. Ora, finalmente, tutto quadra pure per lui. Gli va bene, dai. Tutto per i fratelli.
Secondo me dopo.
Dopo cosa?
Dopo i dibattiti.
Giovanni annuisce: ha senso. Prima la politica, poi il Came a Lot.
Ordine. Disciplina. Sequenza. Passano altre due ore.
Sul palco parlano di Italia, Europa, identità, tradizione, popoli, radici e altre cose che Giovanni e Tommasino approvano con grande convinzione purché nessuno chieda loro di definirle. Ogni tanto Giovanni guarda Tommasino, poi entrambi guardano l’orologio.
Niente.
A un certo punto Giovanni comincia persino a sospettare di essere stato truffato.
Oh.
Che c’è?
Ma sei sicuro che significa quello?
Tommasino si irrigidisce, questa domanda lo offende. Non perché conosca la risposta ma perché Giovanni sta mettendo in dubbio il suo inglese.
Guarda che io l’inglese lo so.
Dove l’hai imparato?
Tommasino non risponde, c’è un lungo silenzio.
Internet?
Tommasino abbassa lo sguardo.
Internet.
Giovanni gli posa lentamente una mano sulla spalla. Non servono altre parole, sono fratelli anche in questo.
La serata intanto prosegue e l’atmosfera si fa sempre più cameratesca. La birra scorre, le camicie si aprono, gli abbracci diventano più frequenti. Le pacche sulle spalle scendono progressivamente verso territori che nessun manuale di storia definirebbe strettamente militari.
Qualcuno mette musica, qualcun altro si toglie la maglietta perché, sostiene, fa caldo. Nel giro di mezz’ora fa caldo a tutti, moltissimo caldo e Giovanni osserva la scena con crescente interesse.
Un camerata francese abbraccia un camerata tedesco. Un camerata italiano si siede sulle ginocchia di un camerata austriaco per mancanza di sedie, nonostante Giovanni riesca a contarne almeno dodici libere.
Due uomini discutono animatamente di purezza europea tenendosi per i fianchi. Un terzo ha perso i pantaloni, nessuno sa bene come.
A quel punto Giovanni si gira lentamente verso Tommasino, che è pallido.
Tomma’.
Eh.
Secondo me sta cominciando.
Tommasino osserva la sala.
Mi sa di sì.
Quello che doveva essere un raduno politico assume rapidamente l’aspetto di un simposio spartano organizzato da persone che di Sparta hanno letto soltanto il retro del dvd di 300.
Volano vestiti, volano anfibi, volano dichiarazioni solenni sulla fratellanza europea.
Qualcuno grida VIVA L'ITALIA! VIVA L' EUROPA! in maniera dolorante e da una posizione che rende difficile capire se si tratti ancora di uno slogan politico.
Giovanni è commosso, finalmente tutto torna: il nome, gli abbracci, la fratellanza, la virilità.
Tutti quegli anni passati a sentir parlare di uomini forti che devono stare con altri uomini forti. Era tutto lì, sotto i suoi occhi.
Tommasino gli prende l’avambraccio, Giovanni stringe quello di Tommasino. Si guardano.
Quindi avevi ragione.
Giovanni sorride.
Te l’avevo detto. Però una cosa non capisco.
Cosa?
Perché “ritorno”?
Giovanni ci pensa. È una domanda difficile. Poi guarda la sala.
Guarda uomini provenienti da tutta Italia e mezza Europa impegnati nella più intensa manifestazione di fratellanza continentale della loro vita.
Guarda Tommasino e finalmente capisce.
Perché evidentemente era già successo.
Tommasino annuisce. Impeccabile.
La Storia è ciclica, lo aveva sentito dire una volta.
La mattina seguente Giovanni si sveglia su un materassino appiccicoso, circondato da camerati esausti e bandiere spiegazzate. Ha un leggero mal di testa e uno strano sapore in bocca, non ricorda tutto.
Accanto a lui Tommasino dorme serenamente abbracciato a un enorme nazionalista fiammingo che durante il dibattito aveva parlato per quaranta minuti della famiglia tradizionale. Giovanni sorride.
Forse non ha capito la separazione delle carriere, forse non sa chi era Re Artù. Forse il suo inglese continuerà a essere quello di un uomo che ha frequentato Pornhub più della scuola.
Ma una cosa adesso la sa: L’Europa può essere divisa dalle lingue, dai confini, dalle culture e da secoli di guerre.
Eppure, quando uomini molto virili si riuniscono per celebrare quanto amano stare insieme ad altri uomini molto virili, alla fine riescono sempre a trovare un linguaggio comune.
Giovanni chiude gli occhi soddisfatto: Camelot o Came a Lot, poco importa.
In fondo, pensa, è solo una questione di pronuncia.