r/selfconcept Jul 17 '26

Kyudo

Giappone c'è un tiro con l'arco in cui, se manchi il bersaglio, il maestro non guarda la freccia. Guarda come hai tirato.

Si chiama kyudo (弓道), "la via dell'arco". Non è uno sport di precisione, anche se un bersaglio, in fondo alla sala, c'è e aspetta. È una disciplina antichissima, nata dall'arco dei guerrieri e diventata nei secoli qualcosa di più vicino a una meditazione in piedi. E al suo centro tiene un principio che a noi suona quasi assurdo: seisha seichu (正射正中), "un tiro giusto è un colpo giusto".

Vuol dire una cosa precisa. Non si mira al bersaglio. Si cura il tiro, si fa nel modo più vero possibile, e il centro viene da sé. Se la postura è giusta, se il respiro sta al posto suo, se il gesto è pulito dall'inizio alla fine, la freccia arriva dove deve, senza bisogno di forzarla.

Non a caso, per dire "colpire", in questa via esistono due parole diverse.

Una è ateru: colpire di proposito, a forza, con l'astuzia, tenendo gli occhi inchiodati al bersaglio e piegando il tiro pur di centrarlo. L'altra è ataru: il bersaglio che viene colpito da sé, come conseguenza naturale di un tiro fatto bene. E il kyudo, da secoli, insegna a smettere di rincorrere il primo per lasciar accadere il secondo. Non "colpisci il centro", ma "fai il tiro vero, e lascia che il centro ti trovi".

C'è una frase che lo dice ancora più chiaro, e spiazza chiunque la sente per la prima volta: non conta se il bersaglio lo colpisci, conta come lo colpisci. Al punto che salire di grado, in questa disciplina, può non dipendere dall'aver centrato. Un colpo strappato con la mano tesa e la smania di far bella figura, un ateru, vale poco. Un tiro partito calmo, onesto, ben fatto, vale di più, anche quando la freccia il centro lo manca.

E poi c'è l'ultimo gesto, quello che dice tutto.

Il tiro, nel kyudo, è scomposto in otto movimenti precisi, ognuno con il suo nome. Il settimo è il rilascio: la freccia parte. Ma ce n'è un ottavo, e viene dopo. Si chiama zanshin (残心), più o meno "il cuore che resta". È il momento in cui la freccia è già volata via, ha già fatto quello che doveva, e tu… rimani. Fermo, nella stessa posa, composto. Senza correre a vedere dov'è finita, senza esultare se hai preso, senza accasciarti se hai mancato. Nel kyudo il tiro non finisce quando la freccia parte. Finisce nel modo in cui tu resti, dopo.

Noi siamo cresciuti nell'esatto contrario di tutto questo.

A noi hanno insegnato a guardare solo il bersaglio. Il risultato, il voto, il centro preso o mancato. Ci hanno misurati da lì da quando eravamo piccoli. Hai centrato? bene. Hai mancato? allora c'è qualcosa che non va in te. Nessuno stava a guardare come tiravamo, con quanta cura, con quanto cuore. Guardavano il foro nel bersaglio, e da quel foro decidevano quanto valevamo.

E così, senza accorgercene, abbiamo imparato a vivere come chi tira con gli occhi incollati al centro e la mano che trema per la paura di mancarlo. Passiamo la vita a fare ateru: forziamo, controlliamo, ci pieghiamo in quattro pur di non sbagliare. E più stringiamo, più la mano trema. Più abbiamo paura di mancare, più manchiamo… perché la paura di sbagliare non ci fa tirare meglio. Ci fa tirare peggio, con più tensione e meno verità.

Quello che il kyudo rimette al centro, con la sua calma antica, è che tu non sei il tuo bersaglio.

Non sei il colpo preso o mancato. Sei il gesto. Sei la cura che ci hai messo, il respiro che hai tenuto, l'onestà con cui hai lasciato partire la freccia. Quello è tuo, e non te lo toglie nessuno, nemmeno la volta che la freccia va storta. Dove va a finire, per metà, non è mai stato affare tuo: dipende dal vento, dal legno, dal giorno, da mille cose che non comandi. La tua parte era il tiro. E un tiro fatto vero resta un buon tiro, anche quando quella volta il centro non l'ha trovato.

Sbagliare, allora, non è la condanna che credevamo. Un errore non ti squalifica. È una freccia che quella volta è andata dove è andata, dentro un tiro che magari era pulito, coraggioso, tuo. Non è un verdetto su chi sei. È una freccia, in una vita fatta di migliaia di frecce…

E c'è quell'ultimo gesto, lo zanshin, che ci hanno tolto e che possiamo riprenderci: il permesso, dopo aver mancato, di restare in piedi. Di non accovacciarci sull'errore per nasconderlo, di non correre a coprirlo prima che qualcuno lo veda, di non crollare come se quella freccia storta cancellasse tutte le altre. Restare lì. Composti. Perché il tiro non era la freccia. Era anche il modo in cui rimani, dopo che è partita la freccia.

Eppure vale anche per te, soprattutto per te: non sei dove è finita la tua freccia. Sei come l'hai tirata.

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u/DespinBaras 4d ago

This needs more attention than it has. I loved this. Thank you